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L'intimo rapporto
tra manna e mannalùoro
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Il
rapporto tra il frassino e il frassinicoltore (mannaluòru)
si materializza con l'immagine dell'albero ferito, cioè
nel carattere antropomorfo che contrassegna la coltura della manna.
Si tratta di un rapporto del tutto speciale che si traduce in
un linguaggio carico di connotazioni affettive.
Nella tradizione è l'intera famiglia del mannaloro che,
nel corso dei tre mesi estivi e sin sulle soglie dell'autunno,
è coinvolta nelle operazioni di raccolta. I compiti di
ciascuno risultano chiaramente codificati: è al capo famiglia
che è sempre riservato il compito di intaccare, mentre
le donne e i giovinetti subentrano quando è il momento
di raccogliere e di porre ad asciugare il prodotto, e ai ragazzini
più piccoli è consentito di raccogliere per proprio
conto i frammenti caduti per terra (muddicagghi). Tutta
quanta la famiglia sorveglia lo stato del tempo: ciascuno sa bene
che l'umidità troppo elevata, la nebbia, un'improvvisa
burrasca possono portar via in pochi minuti tutto il prodotto.
Tutti quanti diventano, così, attenti osservatori del cielo,
e se giudicano esser prossima la pioggia si precipitano a raccogliere
la preziosa manna a qualsiasi ora del giorno o della notte.
Ben
si comprende, dunque, l'atteggiamento particolarissimo del "mannaluòru"
verso una pianta che dona il suo prodotto soltanto se la si sagna,
cioè se la si svena. Col nome "sangu",
sangue, è infatti designata la linfa che scorre negli strati
corticali dell'albero: manna è soltanto nei momento in
cui sgorga e si addensa.
Il "mannaluòru" indica le parti del tronco
destinate ad essere incise con una terminologia propria del corpo
umano: il petto (u piettu), il collo (u cuozzu),
la nuca (u menzu cuozzu). Incidere un frassino o un orniello diventa
una operazione chirurgica da eseguire con i più delicati
riguardi: effettuare non più di una incisione al giorno,
altrimenti l'albero si ubriaca ("si mmriaca")
e tramortisce ("stuona"); alternare le serie annuali
delle incisioni per consentirgli di di riacquistar linfa ("arrisangari");
procedere verso il "petto" con millimetrica progressione
d'intacco anno dopo anno, perché è lì che
il frassino ha linfa in grandi quantità.
Dopo l'incisione dell'orniello, i frassinicoltori lavano il tronco
pieno di incisioni esprimendosi come fa una mamma amorevole nei
confronti del figlio ferito: gli si lava la faccia per togliergli
la sporcizia, alleviando il bruciore con acqua fresca e pulita.
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