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Mannite naturale e artificiale
La "mannite naturale" viene ricavata soltanto dalla
manna perché la contiene nella percentuale più elevata.
In commercio è reperibile anche la "mannite artificiale",
che si ricava dalla fermentazione del melasso di barbabietola
operata da alcuni schizomiceti capaci di ridurre gli esosi a mannitolo.
La "mannite naturale" presenta una sofficità
maggiore di quella artificiale.
La mannite svolge diverse funzioni nell'organismo umano, comunque
conviene rivolgere l'attenzione non tanto a questo principio puro
ed isolato quanto alla manna nel suo insieme. Infatti, essa contiene
tanti altri principi attivi che, sebbene presenti in percentuale
non molto alta, da un lato limitano l'azione della mannite e dall'altro
allargano il campo d'azione della manna stessa.
Il fatto che la percentuale di mannite nella manna non sia costante
è un fattore positivo, poiché consente di usare
non un farmaco dosato in tutti i suoi componenti, ma una droga
che, al pari di tutte le droghe di origine vegetale, presenta
una certa variabilità qualitativa e quantitativa dei principi
attivi contenuti.
Metodi per l'estrazione della mannite dalla manna
La mannite è il costituente principale della manna,
dalla quale si ottiene attraverso diversi metodi di estrazione
messi a punto nella seconda metà del XIX secolo.
Inizialmente la mannite veniva estratta sfruttando la sua solubilità
nell'alcool bollente. Questo processo essendo molto costoso venne
presto abbandonato dopo la diffusione del metodo di estrazione
messo a punto da Ruspini, un farmacista di Bergamo che utilizzò
una soluzione acquosa per l'estrazione della mannite. In particolare,
la manna veniva disciolta in acqua bollente e chiara d'uovo, e
lasciata raffreddare lentamente in vasi di rame o in contenitori
di legno. Dopo due giorni la soluzione marmifera veniva filtrata
e torchiata, separando il melasso dal panello di mannite. Con
questo sistema, previo trattamento con acqua bollente e carbone
animale, si otteneva mannite purissima con una resa del 25-30%.
Questo metodo, essendo molto più economico del precedente,
si diffuse rapidamente.
Una variante, che permetteva di aumentare la resa, consisteva
nello sciogliere la manna in una soluzione di acqua e acido ossalico
al 3%. L'amalgama formatosi veniva posta a riposare per 24 ore:
in tal modo si separavano spontaneamente i residui vegetali per
affioramento mentre le impurità terrose contenenti argilla
precipitavano sul fondo per l'azione dell'acido. Ciò che
rimaneva in sospensione veniva torchiato in modo da separare la
componente liquida (melasso) da quella più solida da cui
si ottenevano i cosiddetti "panelli".
I panelli venivano sciolti in acqua contenente allume(3%) e calce
spenta (2%) in modo da ottenere una soluzione che dopo filtratura
e raffreddamento, depositava la mannite in cristalli. Successive
ricristallizzazioni nelle apposite forme permettevano di ottenere
i classici coni o i panetti che venivano fatti asciugare al sole
e, infine, levigati con adeguate lime per ridurli al peso di gr.250
o gr.500.
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